"Perché una realtà non ci fu data e non c'è; ma dobbiamo farcela noi, se vogliamo essere; e non sarà mai una per sempre, ma di continuo e infinitamente mutabile"

(Luigi Pirandello)

domenica 19 febbraio 2012

Riflettere per una data.... e omaggiare la memoria con una crostata. Perché siamo banali e ci piace l'abbinamento pere-cioccolato...

... e ci piace anche ricordare.
Pluralia maiestatis a parte, questa introduzione (contenuta in gran parte nel titolo), è niente più che un pretesto per ricordare - e ricordarsi - che alcune giornate sono intrise di significato. Ovviamente non lo sono tutte, né tutte hanno una data, né tutte possono essere ricordate con esattezza.
Ci sono giorni che hanno un significato solo per il fatto di essere là, per il sole, per l'odore del vento, per la serenità che emanano e che si trasmette al cuore.
Ci sono giorni tristi, di cui si ricorda solo la la cappa nera che si sentiva attorno, addosso... quei giorni il cui loro significato risiede nel loro non avere significato.
E poi ci sono quei giorni segnalati dalle date. Quelli che è possibile segnarsi sul calendario, per ricordarli. Che hanno significato per una certa porzione di mondo (si pensi al Natale, che ha un forte significato per quella porzione di mondo che professa la religione cattolica), per una nazione, per una città, per una famiglia, per una persona singola...


... da notare inoltre il restringimento di campo e di ampiezza di considerazione, che dal quasi-universale (il quasi mondo) porta all'assolutamente individuale (la persona singola, anche su questo su potrebbe aprire un'ulteriore parentesi su quanto e se sia possibile predicare l'assoluta individualità di una persona, la quale si forma in ciò che è anche - e forse soprattutto- attraverso il rapporto che ha con gli altri)...


Forse dico cose banali. Ma questa considerazione è nata nella mia testa pensando ad oggi, 19 febbraio, e a quello che significa per me, alla duplice importanza che riveste per la mia esistenza.
In questa data infatti vengono a collimare due eventi ampiamente significativi, anche se assolutamente non confrontabili: il 19 febbraio di ormai tanti anni fa (più di 20, per essere precisi) è nata mia sorella, e quindi oggi è il compleanno di mia sorella, e il primo pensiero che ho riguardo alla data odierna; ma il 19 febbraio di due anni fa ho anche conseguito il titolo di laurea specialistica, chiudendo la mia vita di studentessa ed entrando a pieno titolo nel mondo vero, con tutte le preoccupazioni che questo comporta.
E oggi più che altri giorni sono portata a fare un bilancio complessivo.
Perché due anni sono tanti ed in due anni qualcosa deve cambiare. E in un certo senso, per fortuna, qualcosa è cambiato.
C'è stata l'esperienza della Turchia che, bene o male, mi ha permesso di guardare il mondo da una prospettiva più ampia.
C'è stata l'esperienza, anch'essa forte, di andarmene di casa a condividere un appartamento con altre ragazze... pur non avendo ancora raggiunto l'autonomia economica...
C'è stata l'esperienza del Master che, pur proiettandomi ancora nel mondo studentesco, ne era in realtà estraneo.
C'è stata l'esperienza del seminario formativo all'Azienda Ospedaliera Universitaria Pisana.
C'è stato il bisogno di venire a capo, sempre e comunque, delle esigenze della vita, e di doverle affrontare praticamente da sola, o comunque non più supportata - o in ogni caso supportata meno di prima - dai miei genitori.
C'è stata la costruzione - non facile - di un rapporto bello con il mio ragazzo, che forse è una delle più belle conquiste dell'ultimo anno.
E' vero, non ho ancora un lavoro vero, e nemmeno uno falso ad essere sinceri - se si fa eccezione per le promozioni per cui ogni tanto sono contattata.
Ma dei cambiamenti ci sono stati, è indubbio... anche, spero, un po' nel mio modo di essere di pormi, di fronte agli altri e al mondo. A volte non c'è altro da fare che cambiare, anche solo per sopravvivere.
E ho scelto di omaggiare questo anniversario e questa duplice celebrazione (il compleanno di mia sorella e la laurea specialistica) con una crostata speciale, scoperta da poco e subito approntata... e finita in un batter d'occhio (ma la responsabile di questo, credetemi, non sono stata io ).
Avevo della cioccolata e una pera da usare. E nella migliore delle tradizioni ho pensato di farci un dolce. Anzi, una crostata.
Un po' banale, forse, ma ci è piaciuta tanto questa banalità!


Quando diciamo cose tipo 'Le persone non cambiano', facciamo impazzire gli scienziati. Perché il cambiamento è letteralmente l'unica costante di tutta la scienza, L'energia, la materia, cambiano continuamente, si trasformano, si fondono, crescono, muoiono. E il fatto che le persone cerchino di non cambiare è innaturale, il modo in cui ci aggrappiamo alle cose come erano invece di lasciarle essere ciò che sono, il modo in cui ci aggrappiamo ai vecchi ricordi invece di farcene dei nuovi, il modo in cui insistiamo a credere, malgrado tutte le indicazioni scientifiche, che nella vita tutto sia per sempre. Il cambiamento è costante. Come viviamo il cambiamento, questo dipende da noi. Possiamo sentirlo come una morte o possiamo sentirlo come una seconda occasione di vita.
(Grey's Anatomy, settima stagione) 


Crostata "sbriciolosa" di pere e cioccolato

La fonte è il blog di Mima Senza Sale in Zucca... anche se il risultato, come può emergere da un rapido confronto, è nettamente diverso. Ho cambiato un po' le dosi e le proporzioni della frolla e della crema... ma non per una scelta consapevole.
All'inizio infatti volevo dimezzare le dosi, ma nella preparazione della frolla ho finito per preparare la dose intera, con meno uova, meno burro e meno lievito. Per la crema ho dovuto semplicemente affidarmi a ciò che avevo in dispensa, che non corrispondeva a quanto richiesto da Mima. 
Il risultato è stato comunque ottimo, quindi ve lo propongo.



martedì 14 febbraio 2012

Ritorni improbabili in una data (altrettanto) improbabile: Giulia Dans Le Noir torna al suo blog con la sua raccolta da scaricare. E una ricetta della memoria, la pasta ai pomodori gratinati.

... Ed eccomi qua.
Ormai relegata nei ricordi di chi mi ha un po' seguita, un po' stimata, un po' disprezzata.
Ormai quasi avulsa dal mondo dei food-blogger, non me ne sono mai sentita in realtà veramente fuori.
E riprendere, dopo quasi un anno di silenzio, le briglie del mio Filosoficamente Sostenibile è sembrato quasi ovvio, quasi naturale. 


Che poi questo ritorno coincida con la festività di San Valentino è totalmente ininfluente, non foss'altro per la totale non importanza che attribuisco alla festività stessa, nata solo e unicamente a scopi commerciali... e, forse, con la sadica intenzione di far sentire inferiore chi, un'anima gemella, per caso il 14 febbraio non ce l'ha . E' anni ovviamente che non la vivo più così, e non solo perché da qualche tempo a questa parte l'"anima gemella" nella mia vita c'è..... Ma ricordo ancora le frustrazioni vissute in quel disgraziato periodo che è l'adolescenza, quando - per quanto non abbia mai sposato la festività degli innamorati - il 14 febbraio mi ricordava sempre, costantemente, la mia solitudine (... e non solo di coppia).
Adesso, e da un po', con la presunta "maturità" ,San Valentino riveste per me un'importanza pari quasi a zero. Si può essere innamorati ogni giorno dell'anno, e ogni giorno tenerci a festeggiarlo come un giorno speciale perché in compagnia di una persona speciale. Fare regali quando si vuole, solo perché lo si vuol fare e non perché ci si sente obbligati in nome di un santo che tanti miracoli avrà sì fatto, ma il cui collegamento con gli innamorati poco si intuisce. Festeggiato il 14 febbraio a Vico del Gargano, di cui è patrono, è stato eletto da chissà quale mass media a patrono anche degli innamorati... 
... Riesco a capire molte festività, da Natale a Pasqua alla festa della donna che ha comunque un significato storico-sociale. Ma il significato della festa degli innamorati non ce la fa proprio ad entrarmi in testa.


Ma adesso torniamo a noi, ché la parentesi su S. Valentino è stata inappropriata e fin troppo lunga. 
Filosoficamente Sostenibile torna a vita nuova. E spero a lungo di poter tornare a coltivarlo, a condividere con voi pensieri e ricette, ricordi, gioie, dolori.
Desidero ringraziare chi ogni tanto è tornato a visitarmi, chi mi ha lasciato dei commenti, chi ogni tanto si è ricordato di questo blog che da un bel po' taceva... perché l'idea di non esser stati dimenticati, di godere ancora un po' di considerazione, è davvero confortante per ogni vanità umana. E anche per me, in quanto umana e vogliosa di considerazione.
Come primo passo del mio nuovo ritorno alla vita di blogger, è necessario, quasi dovuto, che chiuda la questione della mia raccolta, 'Madeleines mon amour'. La partecipazione è stata ampia, comunque più di quella che immaginavo... ed era giusto che fornissi ai partecipanti la raccolta scaricabile in formato .pdf.
Partecipanti e non, potete accedervi cliccando al link qua sotto proposto:





E' stata la mia prima raccolta e la prima volta che converto un file .doc in .pdf... quindi perdonate gli eventuali errori o storture grafiche.


Ed è di mèmoire che si occupa la ricetta con cui apro nuovamente il mio blog. 'Madeleines mon amour' giocava tutta sulla convinzione che esistano piatti che sono veicoli, tramiti, collegamenti. Piatti che rimandando ad un episodio, ad un ricordo, un'emozione, un odore, un rumore, una voce.
E questo primo piatto decisamente fuori stagione (me ne scuso sinceramente, perché sarebbe mia intenzione pubblicare solo piatti di stagione.... ma garantisco di aver fatto questa ricetta nel periodo in cui i pomodori erano ancora di stagione) mi getta indietro nel tempo, verso una sera di fine luglio a Verona.
Io e il mio ragazzo ci eravamo seduti in un ristorante consigliatoci dal proprietario del bed&breakfast dove alloggiavamo; entrambi scegliemmo lo stesso piatto, questo che vado a proporvi.
Mesi dopo - era settembre -ho provato a ripeterlo, ed è uscita questa meraviglia, che mi ricorda il week end veronese e le sue bellezze, più ancora che le cose che sono andate storte (in ogni soggiorno, si sa, ci sono cose che vanno meravigliosamente ma anche elementi non perfetti e non meravigliosi). Mi ricorda lo stupore nello scoprire una città così piena di splendori, come non credevo potesse essere: prima di quest’estate, infatti, non avevo mai considerato Verona una città anche solo un minimo da prendere in considerazione.
Che errore che avevo fatto!

Il mio ragazzo ed io siamo approdati a Verona richiamati dall’Arena e dalla lirica, ma più bella ancora dell’opera che abbiamo visto (“Il barbiere di Siviglia” di Rossini) è stata la città, Verona, con i suoi monumenti, i suoi spazi, la sua aria, la sua storia.
Questo è il piatto di Verona, ma è anche un piatto che ricorda, più di altri nella mia vita, un sentimento. E’ l’unico piatto che sento veramente condiviso con un’altra persona perché l’abbiamo scoperto e ri-scoperto insieme. Non è il mio piatto, questo è il nostro piatto, mio e del ragazzo con cui attualmente divido l’esistenza (ed in questo senso, nemmeno a farlo apposta, è maledettamente e disgraziatamente coerente con la festività attuale)
Mi ricorda lo sforzo di conoscere e conoscerci, di scendere a compromessi, di superare i limiti individuali.
Anche se scoperto a luglio, è il mio piatto della mèmoire, perché si aggrappa saldamente all’ultimo anno della mia vita, all’ultima più grande emozione del mio esistere.




Nella bella Verona s'apre la nostra scena,
dove fra due famiglie di pari nobilità
da un rancore antico s'arriva a una novella lotta.

(William Shakespeare: "Romeo e Giulietta")


Pasta ai pomodorini gratinati


sabato 30 aprile 2011

Ancora opzioni di latitanza... e una patriottica parentesi per il contest di Alex con i miei gnocchi verdi del riciclo del pane secco su letto di barbabietole rosse

Latito latito... e come me latita anche la mia popolarità sul web. In realtà mi spiace davvero di latitare, con il corpo e con la mente, da Filosoficamente Sostenibile. Mi spiace davvero, perché ha rappresentato, e ancora rappresenta, la mia nicchia ecologica, il mio spazio, il mio angolo di riflessione in cui svelare un po' di più quello che si annida nei reconditi oscuri della mia mente. Ma questo è un periodo un po' così, in cui tante cose sono cambiate, stanno cambiando, sono iniziate e stanno iniziando: il master e lo stage, che mi occupano nel complesso tutta quanta la settimana e mi ingombrano la mente in maniera imponente. E' un periodo in realtà in cui cucino tanto, in cui sperimento tante nuove modalità di dolci, di pane (sto diventando una maître in pasta madre ), di pani dolci e di paste (ho fatto le mie prime tagliatelle fatte in casa), di tofu, di seitan; ho scoperto da quando sono andata via un sacco di nuovi, anche se per voi probabilmente banali, ingredienti, come il cavolo verza, il radicchio, la tahina, la provola; ne avrei di cose da condividere, vorrei così tanto condividerle in misura maggiore.
Ma spesso l'energia mi abbandona . La vita è così strana, in questo periodo sto scoprendo e mi sto scoprendo in vesti diverse da quelle che credevo, o sto affrontando la me stessa che ero un tempo e che adesso non voglio più essere, comunque non nella misura in cui lo sono stata per anni. L'amore per la cucina resta, il desiderio di empatizzarlo con voi anche, la mia smania riflessiva lo stesso... ma il tempo che riesco a dedicare al blog è, adesso, minimo o quasi nullo.
Questo post mi serve ad annunciarvi formalmente (anche se praticamente ritengo lo abbiate già assodato da più tempo di me) che in questo periodo i miei aggiornamenti al blog saranno radi, rari, più del solito addirittura... potrei saltare mesi e tornare inspiegabilmente e insperatamente a giugno-luglio, come forse potrei aggiornare la settimana prossima (non pongo infatti limiti alla laica provvidenza ). Voglio scrivervi questo per dirvi che se non mi leggerete per un po', sappiate che sono ancora viva, che continuo a cucinare, che Vi penso e penso costantemente a Filosoficamente Sostenibile, sperando che continui ad essere sostenuto con le vostre visite... ma che potrei essere momentaneamente incapace di aggiornare nel mio (tardo, ma sempre gradito) tentativo di capire ed essere davvero me stessa .
Ne approfitto per pubblicare all'istante una ricetta, improvvisata in una tarda mattinata in cui avevo da riflettere su come utilizzare un tozzo di pane secco che avevo estirpato al mio ragazzo per evitare che lo gettasse (pover'uomo... sta capendo solo ultimamente l'indecenza dello spreco di materiali preziosi come il pane e le potenzialità che anche gli avanzi possono offrire ). Da tempo riflettevo sull'opportunità di ideare una ricetta tricolore per il contest di Alex de La cuoca a tempo perso, Una ricetta lunga 150 anni, in cui voglio inserire la ricetta che ho elaborato:


Ho guardato il pane secco che giaceva in una ciotolina, ho idealmente lanciato un'occhiata al mazzo di spinaci che giaceva in frigo e alla barbabietola precotta anch'essa giacente in frigorifero. E ho avuto l'illuminazione .
Certo, a volerci riflettere un po' più attentamente, cosa c'è da festeggiare per questi 150 anni? L'Italia. L'Italia unita che non è sentita davvero, l'Italia che continua a essere spezzata troncata divisa, l'Italia particolarista, l'Italia in cui la questione meridionale non si è davvero ancora risolta, l'Italia che è stata la più grande illusione della mia infanzia... quando per me il Risorgimento era la più grande sommossa popolare della storia dell'umanità, sentito e voluto da tutti e ostacolato solo da quei cattivoni austriaci e della Città del Vaticano, quando l'unità di Italia per me era una certezza comunemente percepita e sentita da tutti. Che delusione a volte che fa crescere e scoprire la verità! Che malinconia di quei tempi, a volte, quando penso alla nazione Italia che esiste geograficamente su carta, esiste giuridicamente e (ahimé) politicamente, ma che non esiste davvero nella testa, nel cuore, nella pelle degli italiani. Non amo il nazionalismo eccessivo, fastidioso, dannoso, pericoloso, adoro la tendenza cosmopolita del sentirsi ovunque un po' a casa e mi piacciono le particolarità regionali, locali, particolarissime. Non è questo che contesto.
Ma mi rendo conto che, effettivamente, il Risorgimento non è mai davvero riuscito... quanto meno non a livello psicologico.



[...] Viva l'Italia, presa a tradimento,

l'Italia assassinata dai giornali e dal cemento,

l'Italia con gli occhi asciutti nella notte scura,

viva l'Italia, l'Italia che non ha paura.

Viva l'Italia, l'Italia che è in mezzo al mare,

l'Italia dimenticata e l'Italia da dimenticare,

l'Italia metà giardino e metà galera,
viva l'Italia, l'Italia tutta intera.
Viva l'Italia, l'Italia che lavora,
l'Italia che si dispera, l'Italia che si innamora, 

l'Italia metà dovere e metà fortuna [...]

(Francesco de Gregori: "Viva l'Italia")*



*so che la citazione nega il mio pessimismo finale sul mancato Risorgimento psicologico... ma non sono riuscita a non pensare a questa, a non serbare nel mio intimo, in maniera magari utopica, ancora un po' di speranza 




Gnocchi verdi di pane e spinaci su letto di barbabietola con gocce di pecorino

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martedì 12 aprile 2011

Il termine delle Madeleines e la soglia del quarto di secolo: il ricordo dell'epoca studentesca con le caserecce integrali filanti per il concorso di Garofalo e Rosso Pomodoro... e i ritardo (per non smentirmi) lo Stylish Award di Zori.

C'è così tanta attualità di cui parlare - la mia assenza, dovuta a scombussolamenti vari nella mia vita pseudo-professionale (non che lavori eh... ma la ricerca dello stage mi ha coinvolto così tanto da costituire un vero e proprio lavoro... e adesso che alla fine l'ho trovato avrò un vero e proprio lavoro non pagato a cui far fronte), la tragedia giapponese con terremoto, maremoto e Fukushima, tragedia che va ben oltre il fatto stesso (in sé già tragico perché ha coinvolto delle vite) ma che potrebbe coinvolgere il mondo intero per anni (e poi non mi vengano a parlare della presunta convenienza delle centrali nucleari di ultima generazione! il solo rischio, ineliminabile, di certe possibilità le rende in sé impossibili... Investiamo sulle energie rinnovabili piuttosto che sul nucleare, energie più ecologicamente sostenibili, energie migliori, quasi "pulite", esteticamente meno "ingombranti"---- fine della pubblicità progresso ... scusatemi ma di fronte a certe scempiatezze, e ancor di più alle affermazioni riguardo a tali scempiatezze, non ce la faccio a stare zitta), la guerra in Libia, il "processo" al nostro beneamato premier (processo che più o meno va avanti anche se c'è un'affannata corsa della maggioranza nel far decadere le più svariate accuse) - c'è così tanta attualità da trattare e io preferisco indugiare sulla mèmoire, sulle rimembranze, sui bei tempi andati.
Ma una ragione c'è. L'altra settimana - lunedì scorso per l'esattezza - era il mio compleanno, data che ha segna il termine ultimo della mia raccolta "Madeleines mon amour", oltre al compimento dei 25 anni. Per quanto riguarda la mia prima raccolta, sono soddisfatta: le adesioni non sono state tantissime ma in una misura comunque molto più alta di quello che credevo... grazie, davvero, grazie a tutti quelli che hanno scelto di partecipare e di condividere con me, con noi, una sua mèmoire. 

Ci tengo a chiarire (perché forse non l'ho fatto in misura adeguata) che "Madeleines mon amour" non è un contest con un vincitore o dei premi qualsivoglia... per un progetto simile, non preoccupatevi, ci sarà tempo e luogo, ma non è questo. Si tratta semplicemente di una raccolta di ricette (dolci, salate, vegetariane e non, di pane, di pasta, di verdure etc....) accomunate dal semplice fatto di essere veicoli di ricordi. Non c'è un vincitore, non ci sono proclamazioni di vittorie o giurie da segnalare... e mi scuso se sono stata così poco chiara da lasciarlo credere a qualcuno. Provvederò a raccogliere le ricette in un .pdf che farò in modo da rendere disponibile e scaricabile per tutti: abbiate pazienza e anche questo accadrà.
Il 4 aprile ho ufficialmente, peraltro, varcato il quarto di secolo... è un'età che fa riflettere. Seriamente. A venticinque anni sei ancora giovane ma non sei più né una bambina né una ragazza: sei decisamente donna. Non c'è più una scusa una che ti esima dall'esserlo.
Mi direte, ma che differenza fa dai ventiquattro anni? sei donna anche allora, con le stesse responsabilità, gli stessi doveri etc... che è cambiato poi?
In realtà nulla. Forse la differenza è solo nominale, è vero. Però c'è. E' come un ulteriore distacco dalla vita "di prima" anche se non so bene, ancora, quale sarà la mia vita "futura". Sto ancora in un limbo di incertezza, certo, ma sempre più lontana da quel periodo, ancora fresco nella memoria, di quand'ero studente. Adesso vivo in una città universitaria e sono circondata da studenti... ma non sono più studentessa.
Ogni volta che cammino incrocio per forza di cose studenti intenti a parlottare, a guardare le vetrine o i libri, a discutere delle lezioni e degli esami... ad essere così naturalmente studenti. E non posso non ricordare, per forza di cose, di quando quella era la realtà anche per me... sono fuori dal mondo dell'università da così relativamente poco tempo che a volte mi stupisco di non esserci più e mi morde un pizzico (leggero leggero in verità) di nostalgia.
Quei tempi andati in cui la più grande preoccupazione era arrivare in orario alle lezioni e riuscire a seguire tutto con un minimo denominatore di consapevolezza; in cui la più grande ansia erano gli esami di fine semestre e la capacità di sopravvivere in mezzo alla pila dei libri; in cui non ero affannata dall'idea di come "sopravvivere", in cui non avevo troppo in testa le misere cifre del mio conto in banca, in cui all'idea del futuro rimandavo con un "si vedrà". In cui vivevo - come ogni studente sa - nella piena convinzione di aver sempre qualcosa da fare, di non aver mai tempo da perdere, di avere sempre una cappa scura di impegni opprimenti (impegni studiosi ovviamente )... e poi finivo per perder tempo in maniera indescrivibile e nelle più indescrivibili maniere
Se ha fortuna uno studente è in grado di organizzarsi bene nello studio, ma spesso vive da un'altra parte quando si tratta di organizzare le altre cose... tranne forse lo sport. Tra i mille (reali e presunti) impegni dello studente la questione del pasto viene messa decisamente in secondo piano: spesso lo studente ha davvero molto poco tempo per organizzare e consumare un pasto, tra una lezione e l'altra, tra una sessione di studio e l'altra, tra una sessione di studio e una lezione etc... 
Non è una questa prerogativa solo dello studente questa, sia chiaro: molte persone che lavorano hanno magari solo un'ora per tornare a casa e pranzare, o tornano a casa la sera con la voglia di mettersi ai fornelli pari a zero. 
Ma in effetti lo status dello studente ha un quid suo, anche per quanto riguarda il mangiare. Non ho studiato da fuori sede e quasi sempre tornavo a mangiare a casa, in cui mia madre continuava ad organizzare sani ed equilibrati pasti; quando restavo a pranzo fuori causa lezioni pomeridiane mi recavo quasi immancabilmente alla mensa universitaria (fatta eccezione per una giornata di un semestre in cui il tempo di stacco tra una lezione e l'altra era così breve da darmi appena il tempo di masticare velocemente un panino imbottito portato da casa)... la mensa che ha rappresentato luogo di incontri, di ritrovi, di scherzi, di stacco e di chiacchiere, oltre che motivo di ispirazione per alcuni piatti (è dalla mensa dell'Università di Pisa che ho preso l'idea - in sé banale - della zuppa di zucca e patate che così spesso ha poi allietato la mia tavola).
Ma ho vissuto quasi solo di riflesso la vita gastronomica dello studente fuori sede, un po' per le novelle udite dai miei compagni un po' per esperienze concretamente vissute con amiche e amici fuori sede: ho il ricordo solo di un sacco di risotti, a tutte le ore, di olio (un sacco di olio!), di zucchine presenti in ogni dove e in tutte le stagioni, di latte versato generosamente nel caffé (questo per quanto riguarda la colazione ovviamente)... e un pressante, persistente, odore di fritto. Sarà che gran parte della popolazione studentesca pisana è meridionale, e in meridione la frittura è un'arte.  I fuori sede di mia memoria mangiavano riso, prosciutto, formaggio, zucchine, pomodori in lattina, pastasciutta, patate, ignorando spesso le basi più elementari di una sana nutrizione... qualche ragazza a volte azzardava anche un frutto. Sarà adesso come allora, presumo, perché il tempo è passato per me che accarezzo solo di sfuggita i contesti studenteschi, ma gli studenti ci sono ancora, con i loro problemi, i loro impegni studiosi, le loro abitudini culinarie.
Il 4 aprile, il mio quarto di secolo, la mèmoire e una nostalgia che tale in realtà non è perché mi proietta in un mio mondo passato che è stato bello nel suo momento ma in cui non vorrei tornare... tutto questo si inserisce perfettamente nel contesto del concorso La pasta degli studenti... con 5 ingredienti nata dal connubio di intenti tra Il Pomodoro Rosso e la Pasta Garofalo (unione che nella mia testa strana avevo sintetizzato per qualche tempo con la nomea de Il Garofano - mutato da "garofalo" - Rosso).




Propongo così una ricettina improvvisata per l'occasione di una giornata soleggiata in cui mi sono figurata di essere uno studente attrezzato con la misera dispensa dello studente: niente tofu o seitan o sughi o verdure strane, niente spezie esotiche che quasi nessuno ha mai sentito nominare, nessuna di quelle erbette aromatiche che tanto adoro... oddio, proprio nessuna no, ma solo quelle che ogni dispensa normale ha e di fronte alla quale nessuno ti guarda stranito come se stessi proponendo chissà quale stranezza. E così è venuta fuori questa preparazione che, nella sua assoluta semplicità, si fa gustare con straordinario (e vi dirò, quasi insperato) piacere.




Nota di domenica 17 aprile 2011 (150 anni e un mese dopo l'Unità di Italia): Per non smentirmi sono in ritardo anche per questo. Mesi fa, ormai, Zori mi diede il bel riconoscimento dello Stylish Award, premio che passa tra i blogger. Com'è mia abitudine ho rimandato la pubblicazione, anche perché l'award mette in gioco anzitutto il blogger che lo pubblica, e in maniera direi quasi "spudorata"... e così ho rimandato... Ma di tempo ne è passato troppo, al punto che Zori da Dreaming in the kitchen si è trasferita in FatBeaters e probabilmente non si ricorda nemmeno più di avermi dato questo premio. Ed è un peccato perché è un premio interessantissimo, personale e personalizzante.




Il premio si articola in 3 step:

1. ringraziare il blog donatore: questo l'ho già fatto a suo tempo ma lo rifarò sul nuovo indirizzo di Zori 
2. raccontare sette cose di sé 
3. girare il premio ad altri 10 blog

Lo step 2 già è arduo... alla fine, sono una timidona e svelarmi, tanto più sul palcoscenico globale che è Internet, mi è arduo. Ci proverò .

  1. Mi sono da poco appassionata al gioco degli scacchi. Per anni l'ho dileggiato, animata da sciocchi pregiudizi, ma già alla prima partita (ovviamente perduta ignominiosamente) ho capito di essermene innamorata
  2. Mi sono sempre definita atea ma mi rendo conto che in certi atteggiamenti sono stata più dogmatica del più grande fervente religioso: fortunatamente da qualche tempo a questa parte sto acquisendo un atteggiamento più equilibrato e più in grado di considerare le varie e distinte parti e le loro ragioni.
  3. Sono una persona contraddittoria: in me coesistono infatti, e vanno a braccetto, tendenze (di solito due) opposte e contrastanti: lo si vede ad esempio nel fatto che sono molto ansiosa, ho un sacco di paure, di tentennamenti, di considerazioni lunghe e ponderate (tendenza uno) e nel contempo mi butto spesso in "imprese" che sembrano irragionevoli, o comunque sono dettate più dall'istinto che da altro, rifiutandomi quasi di considerare ogni pro e/o ogni contro (tendenza due).
  4. L'odore di primavera mi emoziona. Sento che, insieme alle narici, mi si stringono il cuore e lo stomaco e spesso mi salgono agli occhi lacrimucce di commozione.
  5. Odio quando qualcuno non mi risponde al telefono. Più di quando non mi chiama pur avendomi detto che l'avrebbe fatto. Son strana, lo so...
  6. Mi sono resa conto di avere una certa ansia di controllo: non solo di controllo di ciò che avviene a me, badate bene, ma anche di controllare ciò che fanno gli altri attorno a me (cosa peraltro impossibile e per nulla raccomandabile ). Se le cose non vanno come secondo me dovrebbero andare, mi irrito spontaneamente, in maniera decisamente arazionale... e mi irrito in particola modo (anzi, soltanto) con me stessa.
  7. Mi crea soggezione parlare al telefono. Davvero. Sono sicura di trasmettere un terzo di quello che voglio dire e di apparire molto più confusa di quanto non sono.
Ed ecco i miei 7 punti. Adesso giungo al terzo step e giro l'award ai seguenti nominativi :
E dato il nostro premio, ritorno subito di corsa alla pasta dello studente.




[...] perché il giovanotto è studente che studia che si deve prendere una laura che deve tenere la testa al solito posto cioè sul collo.

(Totò e Beppino: "Totò, Beppino e la malafemmina")


Caserecce filanti dello studente in olio aromatico



martedì 8 marzo 2011

Riflessioni sparse e sincretiche sull'essere femminino (in coerenza con la giornata stessa) e sulla duplice valenza dell'epiteto "maiale" (sempre coerente, a ben guardare, con la giornata di oggi): la sua (del maiale) declinazione vegetariana in una triplice proposizione di seitan

L'8 marzo non è una festa, ma una triste ricorrenza: l'8 marzo 1908, a New York, fu appiccato un incendio in una fabbrica dove delle operaie (129 operaie, per essere precisi), stavano manifestando contro le atroci condizioni in cui erano costrette a lavorare. A seguito di questo evento tragico, appunto, l'8 Marzo è stato eletto Giornata Internazionale a favore della donna.*


*spulciando Internet alla ricerca di notizie approfondite al riguardo ho scoperto che questa storia è in realtà un falso . Ci fu un incendio il 25 marzo del 1911 in cui morirono 146 persone, di cui la quasi totalità donne, questo è vero. Ma non è in questo episodio che si spiega l'origine della "festa della donna", evidentemente: per approfondimenti guardate qua, qua e qua. Io lascio il mio riferimento all'8 marzo come incipit perchè lo gradisco stilisticamente .


E' improprio parlare di festa. Ed è improprio pensare che ci sia qualcosa da festeggiare. In realtà mi sembra che, di fatto, le condizioni effettive siano di poco cambiate: non voglio ora che si pensi che non abbia consapevolezza delle conquiste - e tante - che ci sono state nel secolo passato e che ci hanno dato, oltre al diritto di voto e alla parità formale (sancita dalla stessa Costituzione), una consapevolezza dei nostri diritti, esigenze e possibilità che era estranea probabilmente alla maggior parte delle donne del 1902. 
Ma adesso, sotto la copertura che resta solo formale e che sancisce la "parità", le discriminazioni continuano (sul lavoro, nelle retribuzioni, nell'ambito delle promozioni etc). E le violenze pure. 
Costituzionalmente più debole del maschio, la donna è da sempre oggetto di violenza. Violenza fisica, che si esercita con le mani (o con qualche, qualsiasi altro, oggetto contundente); ma anche violenza psicologica, più infida e sottile, che penetra dentro quasi senza che ce accorgiamo e che forse è peggiore di quella fisica perché meno tangibile, meno "colpevolizzabile" (appunto perché non lascia segni visibili anche agli altri) ed ugualmente (se non più) dannosa. Penso che spesso i due tipi di violenza si associno in un cockatil micidiale, nei casi ad esempio di violenza domestica (ne approfitto per constatare con un po' di sconforto che la maggior parte delle violenze avviene in ambito domestica ed è per questo più a lungo taciuta )... 
L'uomo (inteso, badate bene!, come "essere umano") ha la naturale - spontanea - tendenza a infierire contro i più deboli, contro i più vulnerabili: che siano donne (nel caso dell'uomo-maschio), bambini, non umani, poveri e/o disoccupati (più deboli perché più facilmente ricattabili)... Ho messo "donne" in cima alla lista perché di questo sto parlando, della violenza che si perpetua verso la donna in quanto essere umano femmina: più fisicamente debole, ma più debole anche a livello "pubblico", in una società ancora fortemente improntata al maschilismo, dove ai vertici (anzitutto politici) ci sono quasi solo, e quasi sempre, degli esseri umani maschi. Dove per fare carriera è necessario lavorare e faticare il doppio, o scendere a compromessi a sacrificio di quella mi piace chiamare "dignità" e "rispetto di sé".
La colpa forse è anche nostra (di noi donne... oggi parlo "per genere" che a partire dal più basilare livello della vita privata permettiamo che queste violenze, queste prepotenze, queste prevaricazioni, continuino a perpetuarsi. A volte lo facciamo senza nemmeno rendercene conto. A volte opporsi ad una solita abitudine fa fatica, fa paura, perché significa mostrarsi come non si è mai stati, stupendo tutti quelli che già ci conoscono, e prima di tutti noi stesse. A volte viviamo ingabbiate in pregiudizi, in clichés sociali che non ci fanno mettere in discussione lo status quo. A volte sembra più facile continuare sulla solita, deludente, strada.
Ma dall'altra parte ci sono anche loro: gli uomini, i maschi. Consentitemi questa netta distinzione oggi, mi sembra in linea col discorso che sto facendo... ma lo so, lo so perfettamente, che siamo anzitutto persone, esseri umani animali senzienti con pensieri, desideri, passioni, aspirazioni, progetti, intelligenze, delusioni, paure, debolezze. Gli uomini, la cui diversità biologica (che risiede poi tutta in una coppia di geni) si somma con una diversità assunta a livello culturale e che hanno fatto della loro forza fisica il perno della loro forza sic et simpliciter e della loro superiorità; che vengono, come noi veniamo, da un passato maschilista (per forza o per amore, o meglio per l'impostazione implicita della società prima ancora che per scelta) e che spesso faticano a liberarsi da antichi schemi ereditati e che agiscono a livello pre-razionale, forse addirittura pre-emotivo... così come agiscono in noi. Ma quelli che questi schemi li portano a livello conscio, emotivo-intellettuale, e che agiscono coerentemente alla loro presunta superiorità, senza chiedere permesso, questi li chiamiamo "porci"... quelli che picchiano, seviziano, discriminano, sfruttano, violentano. Questi sono i "porci".
Chiamare "porco" uno di questi, una persona che si approfitta delle debolezze (debolezza di genere, di denaro, di possibilità) è un'offesa reale non tanto alla categoria di uomo (essere umano maschio) in questione ma al mammifero non umano menzionato, cioé il porco, cioé il maiale. Il maiale (Sus scrofa domesticus) è un animale intelligente, curioso, che apprende e impara; è più intelligente di un cane e molto sveglio e perspicace. Per una qualche stramba traslazione metaforica , il senso comune definisce "maiale" o "porco" una persona schifosa, lercia, sudicia, sia fuori che dentro (stiamo parlando in questo post dei "maiali interiori" ). Forse è proprio per il fatto che vediamo spesso il maiale sporco, coperto di fango, inzaccherato, e l'associamo allo "sporco" e per traslazione alla persone sporca a livello sia esteriore che interiore. Il maiale in realtà si rotola nel fango, e lo fa, per igiene: sì, esatto, per proteggersi da insetti e parassiti della pelle; inoltre il maiale di allevamento NON PUO', perchè non può, scegliere dove e come stare, dato che è tenuto in box sporchi e non può che essere sporco. Ma il maiale non è sporco, o comunque non ama lo sporco.
C'è quindi un'inesattezza etologica nell'attribuzione di porco agli esseri umani sporchi dentro e fuori... mi viene da pensare, con un mese di ritardo, al "porco" citato da Norma, cioé il Presidente del Consiglio Italiano. Il suo esser "porco", cioé sporco internamente, mi sembra risulti evidente, sia risultato evidente in ogni passo che ha mosso ultimamente: le cose che fa, la sua evidente considerazione dell'essere femminile (considerazione "bassa", in ogni caso e in ogni senso che possa venirvi in mente), le cose che dice e il modo in cui le nega.
Per questo anche in data 8 marzo, e forse ancora di più, mi viene da pensare: "Liberiamoci del maiale", del nostro esimio maiale B. per permettere, forse, un'Italia migliore. Ma anche, gastronomicamente parlando, del maiale come pietanza, per proporre quello che surrettiziamente viene chiamato "surrogato della carne" e che in effetti tale può essere considerato, in quanto estratto proteico dal frumento. 
Parlo del seitan.
Non mi piace parlarne come "surrogato", perché fa pensare alla carne come alimento irrinunciabile che va assolutamente e irrimediabilmente sostituito: preferisco parlarne come di "apportatore di proteine", anche se è vero che il seitan si presta bene ad essere proposto in ricette che in origine prevedono la carne. Ormai mi è d'uso, quando trovo una ricetta che mi piace e che prevede l'uso della carne, sostituirci il seitan. Il sapore è chiaramente diverso, ma ritengo non abbia niente da invidiare all'originale "carneo".
Oggi in realtà vi propongo non una ma TRE ricette: il trittico è dovuto al fatto che, fotogenicamente, sembrano la stessa cosa e possono essere scambiati per la stessa preparazione... but don't judge a book by its cover, ché il sapore, gli ingredienti, il procedimento sono diversissimi, ne godrete anche solo nel leggere la ricetta.
Prima di passare alla sezione culinaria, pubblico con piacere il premio riconosciutomi da Francesco della Cucina Vegetariana per salutare questa primavera che, presto o tardi, arriverà... perché il sole qui oggi c'è ma accompagnato ad una temperatura polare. Era molto che non ricevevo un premio e quello di Francesco, che è una delle mie prime conoscenze nella rete dei foodbloggers, mi ha riempito di piacere. Ho in realtà da pubblicare ancora il premio Stilish Blogger Award di Zori - che ringrazio con uguale calore e riconoscenza - ma per oggi il post è abbastanza affollato... lo rimando al prossimo aggiornamento.
Grazie Francesco e Zori per i riconoscimenti che mi avete dato... è anche questo che rende l'impegno del blogger così dolce (oltre al piacere di condividere con altri le proprie esperienze e pensieri)




Le regole del premio sono le seguenti:

  1. Scrivere un post per il premio (fatto)
  2. Ringraziare nel post chi ci ha premiati (fatto)
  3. Passare il premio a 12 altri bloggers (lo faccio a seguire)
  4. Dirlo ai premiati (lo faccio una volta pubblicato questo tomo di post)
I miei premiati sono:
Ambendo ad una primavera che sia stagionale ma anche morale, politica e sociale, vi lascio al trittico di seitan e vi auguro una buona serata .




Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali.
È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l'eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l'effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all'organizzazione politica, economica e sociale del Paese 


(Costituzione della Repubblica Italiana: articolo 3)




Trittico di seitan: Seitan con cipolle, Seitan all'Antica con cacao e carote, Seitan Alle mandorle


1. Seitan In Padella Con Cipolle (o, meglio, Cipolle In Padella con Seitan)

Ricetta rapida e gustosa (se amate le cipolle) ispirata dal Seitan E Cipolle di Ale65 de Il Ricettario Di Bianca


Ingredienti (per una persona)
  • 100 g di seitan
  • 2 cipolle medio-grandi
  • un cucchiaio di salsa di soia
  • un cucchiaio di aceto balsamico
  • il fondo di un bicchier d'acqua
  • olio extravergine d'oliva
Procedimento: Tagliate a pezzetti abbastanza grandi le cipolle e fatele soffriggere nell'olio. Una volta che sono appassite aggiungete il seitan e fatelo insaporire per qualche minuto. Poi aggiungete la salsa di soia, l'aceto e l'acqua. Lasciate addensare il sughetto e servite caldo.
Non fate caso alla banalità della ricetta... nella sua semplicità è una goduria cosmica!


2. Seitan all'Antica con Cacao e Carote 
Preso quasi senza variazioni dai Bocconcini di Seitan All'Antica Con Cacao E Carote di Sbirciare in Cucina... un accostamento strano per una preparazione lunga. Che però ripaga la pazienza!



Ingredienti (per una persona)
  • 80 g di seitan
  • uno spicchio d'aglio
  • 65 ml di vino rosso
  • un cucchiaio di aceto di mele (l'originale voleva "aceto rosso aromatico" che io, ahimé, non possedevo)
  • 4 chiodi di garofano
  • un cucchiaino di cannella in polvere (oppure un pezzetto di cannella)
  • un pezzetto di noce moscata
  • un cucchiaio raso di zucchero di canna
  • mezzo cucchiaio di cacao amaro
  • mezzo cucchiaio di mandorle tritate
  • 150 g di carote
  • olio e sale
  • rosmarino
  • qualche cucchiaio di farina
Procedimento: Tagliate il seitan in bocconcini di piccole-medie dimensioni: infarinateli e fateli rosolare nell'olio insieme aglio, il rosmarino e il sale. Mentre il seitan rosola fate bollire in un contenitore piuttosto ampio (anche se lì per lì vi sembrerà eccessivo e inadatto alla bisogna) il vino con le spezie, lo zucchero, il cacao e l'aceto  (avendo io ridotto le dosi ai minimi termini la bollitura avverrà in un batter d'occhio ). Tuffate il seitan nel vino caldo e lasciatelo cuocere per almeno 40 minuti: avendo io sufficiente tempo ho fatto come consigliato da Isa di Sbirciare in Cucina e ho lasciato a cuocere per un'ora e mezza, aggiungendo di tanto in tanto acqua calda fino a coprire.
A metà cottura aggiungete le carote tagliate e a dadini, così che si glassino insieme al "brasato". A fine cottura aggiustate di sale, di zucchero e aceto se lo ritenete necessario (io non lo ritenni e lasciai così com'era).
Fate calare a pioggia poca farina aiutandovi con un colino e amalgamate velocemente per addensare la salsa. Aggiungete le mandorle e servite ben caldo, se non bollente.


3. Seitan Alle Mandorle
Riprendo quasi letteralmente il Seitan Alle Mandorle di Vera di Semplicemente, Vera: una ricetta facile, veloce, aromatica e golosa, soprattutto per l'abbinamento mandorle-vino rosso


Ingredienti (per una persona)
  • 125 g di seitan
  • una cipolla
  • una manciata di mandorle pelate
  • 2 dita di vino rosso
  • un cucchiaio di salsa di soia
  • rosmarino
  • noce moscata
  • salvia
Procedimento: Tritate finemente la salsa e il rosmarino. Fate a pezzetti molto piccoli (in sostanza, tritate) la cipolla e unitela al trito di erbe insieme ad una generosa grattugiata di noce moscata. Tritate le mandorle non troppo finemente (e se volete tostatele, passaggio che io ho omesso), tenendone da parte qualcuna per decorare.
Fate rosolare il seitan tagliato a tocchetti con olio in una padella: non appena comincia a imbiondire aggiungete il trito aromatico, poi bagnate col vino e la salsa di soia. Fate evaporare a fuoco dolce. Infine aggiungete le mandorle, mescolate e servite guarnendo il piatto con le mandorle tenute da parte (nella foto le mandorle decorative non si vedono perché già sgranocchiate ).


E così, voilà, con questo trittico di seitan posto a termine di una caotica riflessione in cui ho mescolato discussioni di genere, di femminismo, di società, di politica e di etologia. Vi abbraccio e vi auguro una buona serata, con la speranza di rileggerci presto.


Giulia

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