"Perché una realtà non ci fu data e non c'è; ma dobbiamo farcela noi, se vogliamo essere; e non sarà mai una per sempre, ma di continuo e infinitamente mutabile"

(Luigi Pirandello)

lunedì 7 settembre 2009

Parentesi filosofica: E' possibile un umanesimo ateo?

Il fedele blog Bioetica mi propone sempre temi profondi e interessanti di riflessione... Mi spiace unicamente di non avere il tempo (e spesso, ahimé, nemmeno la voglia) di aggiornarmi su tutto e di riportare i miei "aggiornamenti". 
Se c'è una cosa (almeno una!) che mi ha dato il corso di Laurea che frequento da 4 anni è l'attitudine mentale a sentire il fascino di confrontarsi con realtà diverse, o con situazioni diverse, di guardare da nuovi punti di vista situazioni consuete, di affrontare argomenti mai messi in discussione, analizzarli, vederne le origini, confessarsi i propri errori, le proprie debolezze, il perché del proprio agire. Di qui a cambiare concretamente, ad incidere profondamente sul mio comportamento, come qualcuno che conosco e che forse mi leggerà sa bene , c'è un mare (come si dice? tra il dire e il fare...), ma lo stupore continuo dell'analizzare, dello scavare e dell'analizzarmi è una conquista di cui cerco di andare fiera.
E quest'articolo qua, che stasera voglio proporvi senza tanti fronzoli o commenti (miei), fa pensare. Fa riflettere. Ci fa indugiare sul senso che attribuiamo ai termini, sul modo in cui li usiamo. Spesso usiamo delle espressioni senza soffermarci sul loro significato, senza accorgerci quanto sono impregnate di pregiudizi, o di concezioni passate che le hanno, in un certo senso permeate.
La filosofa (e per lei, al contrario che per me, è un termine che si può usare a ragion veduta!  ) Roberta De Monticelli  ha pubblicato il 22 agosto 2009 un articolo molto interessante su "Repubblica": alla base della sua elaborazione sta un articolo del 14 agosto («Le ragioni di Bendetto XVI su ateismo e nichilismo»), pubblicato sempre su "Repubblica" da Vito Mancuso (teologo ed ex prete).
 L'articolo di Mancuso era dettato a sua volta da un intervento precedente, quello di Adriano Sofri che confutava l'equiparazione fatta dal Papa tra nazismo, nichilismo contemporaneo e umanesimo ateo. Come vedete, ogni opinione nasce da una antica... tranne quella del Papa, ovviamente, che ci delizia sempre con i suoi interventi illuminanti.... e qui taccio per non svelar troppo la mia reale natura anticlericale, perché so che potrei offendere dei lettori, e non è questo quello che voglio, come non voglio inculcare i miei (pre)giudizi contro l'istituzione vaticana...
Mancuso in parte da' ragione al Papa, poiché equipara nichilismo (da lui definito come negazione di un fondamento eterno e razionale della natura e della storia, cioé un punto fermo cui il singolo deve sottomettere il proprio agire e il proprio pensare) ad umanesimo ateo, che in quanto tale nega la presenza di un fondamento eterno e razionale conosciuto dai più col nome di Dio: l'etica nell'ottica di Mancuso (che, però, ricordo, è stato un prete... e quindi, in un certo senso, non può pensarla in altro modo), non può esistere senza un fondamento trascendente, senza il riconoscimento di un valore più grande del singolo tale da permettere all'individuo di superare sé (di trascendersi, quindi) e la sua ottica egocentrica.
Nel suo articolo, «I valori condivisi dell’umanesimo ateo», 22 agosto 2009, pp. 40-41, De Monticelli polemizza (e a ragione, secondo me) con la posizione assunta da Mancuso e, come Mancuso, si chiede: Può un umanesimo ateo non essere nichilista da un putno di vista etico?


I valori condivisi dell'umanesimo ateo

Roberta De Monticelli, "Repubblica", 22 agosto 2009



"Può un umanesimo ateo non essere nichilista da un punto di vista etico?
Il problema, sollevato dal Pontefice, e ripreso con opposte posizioni da Adriano Sofri e Vito Mancuso è cruciale: non solo in metafisica e morale, ma nella coscienza contemporanea e segnatamente in quella italiana nel momento attuale, divisa com’è fra la constatazione che non ci sono limiti all’arbitrio e all’impunità dove il potere non osserva le regole e la speranza di un rinnovamento morale e civile: che passerà però in primo luogo nella mente e nel cuore degli individui o non verrà mai più. Per questo mi permetto di esporre le ragioni per cui credo si debba dissentire questa volta dalla tesi di Vito Mancuso, il teologo che di questa speranza di rinnovamento è oggi parte viva e grande.
La questione è cruciale perché porsela equivale a chiedersi se un’etica laica sia o non sia possibile. Definisco i termini. Per etica intendo la consapevolezza di ciò che è dovuto da ciascuno a tutti, in ciascuna data circostanza. Per etica laica intendo l’etica in quanto vale indipendentemente dall’ipotesi che un Dio ci sia, e in quanto è accessibile e praticabile indipendentemente da ogni credenza relativa a Dio. La tesi fondamentale di un’etica laica dice dunque che la consapevolezza del mio dovere in ogni circostanza data è accessibile (con la stessa fatica, tormento o certezza) a chiunque, credente, diversamente credente, indifferente, non indifferente o ateo. Mancuso ritiene che questa tesi sia
falsa - che cioè l’indubbia esistenza di atei di altissima sensibilità morale (o viceversa di uomini di religione che ne sono privi) dimostra soltanto che quei supposti atei tali non sono (e sbagliano a credersi tali), e quei supposti religiosi neppure. Questa volta a me pare che si debba dissentire da Mancuso, e dalla quasi totalità dei filosofi continentali, che lo seguirebbero senza esitazione nella critica dell”antropocentrismo” umanesimo moderno.
La tesi che l’ateismo è infine nichilismo morale non solo è, io credo, falsa, ma è anche una ferita profonda inferta a tutti gli uomini di buona volontà che hanno dedicato la vita intera alla ricerca del vero - nelle scienze o nelle cose umane – e non hanno trovato nulla degno del nome di Dio.
Vito,
non puoi esigere che chiamiamo Dio la dimensione “spirituale” della vita, l’amore o la relazione ordinata da cui veniamo
. Nulla è più segreto, gratuito e geloso del nome di Dio sulle labbra di un uomo, nulla è più sacro della libertà di rifiutare al bene della vita questo nome, così come di pronunciarlo. L’assoluto rispetto intellettuale, oltre che morale, della libertà di fede è dovuto a ciascuno. Questa è, io credo, una proposizione dell’etica. E dico libertà di fede includendovi l’ateismo, dato che per le posizioni metafisiche ultime (se cioè il mondo naturale necessiti di un fondamento ulteriore a se stesso, o no) non esiste dimostrazione. Ed ecco l’argomento a difesa della tesi che l’umanesimo ateo non implica necessariamente il nichilismo morale. Risale a Platone, a quel suo dialogo che libera l’etica dalla religione. Sostenere che ateismo implica nichilismo è sostenere che se Dio non c’è tutto è permesso. Ma questa tesi è vera solo se, nel dilemma di Eutifrone, è vero uno dei due corni dell’alternativa: il bene è bene perché Dio lo vuole. Solo in questo caso, evidentemente, se Dio non c’è, “tutto è permesso”. Non c’è una differenza fra il bene e il male. Allora, “bene” è ciò che di volta in volta gli uomini decidono che sia - e chi ha il potere lo decide per gli altri, e a chi vi si oppone non resta che appellarsi a se stesso. Questo è il volontarismo, la tesi cioè che non c’è verità e falsità nelle questioni di valore, ma solo le volontà (e il loro conflitto). Ma naturalmente può invece essere vera la tesi alternativa del dilemma: che, semmai, Dio vuole il bene perché è bene. In questo caso, anche se Dio non c’è, il bene resta bene, il male male.
E nelle cose umane stesse che ci sono qualità positive e negative. Ripagare con cariche pubbliche favori privati è male. Ogni forma di mafiosità dei comportamenti è un male. Ogni volta che ce ne sdegniamo, facciamo esperienza del bene e del male. Certo, un’interpretazione dell’umanesimo ateo che implica il nichilismo c’è, ed è precisamente quella volontaristica. Fu quella, ad esempio, di Sartre - ed è oggi la tragedia di quella cultura anche progressista e liberale che non riesce a liberarsi dal relativismo valoriale. Addio alla verità è il titolo dell’ultimo libro di un influente filosofo postmoderno e mi pare si commenti da se. Ma dovremmo forse decretare che non può esistere un ateismo compatibile con l’etica?
Questo sarebbe confondere l’ethos - che è lo stile di vita e la scala di valori, la vocazione e la fede, l’identità personale o morale di ciascuno - con l’etica, che è il dovuto da ciascuno a tutti. E il primo dovere etico qual è, se non quello di accordare all’ethos del mio simile ateo, purché si dimostri compatibile con l’etica, lo stesso rispetto che esigo per il mio? Non è questa una versione della regola aurea? In conclusione. O è solo una questione di parole, e basta chiamare “Dio” una relazione fra persone – ma allora il povero ateo moralmente cristallino dubiterà se deve considerarsi soltanto incoerente o anche sciocco, visto che non si era accorto che il divino fosse “tutto lì”; oppure, come io credo, non è affatto una questione di parole, perché ad essere in questione è la libertà e la gratuità (o la grazia) dell’atto con cui l’uomo di fede dona il suo assenso e la sua vita a ciò che nè la scienza chiede né l’etica comanda.
In questione è la liberta con cui il perplesso sospende questo assenso, e l’ateo lo rifiuta: la sacrosanta libertà di ciò che ognuno è o divieneoltre e al di là di ciò che deve agli altri
L’etica viene prima: perché di questo è condizione. Di questa libertà di fronte alle cose ultime, nella quale sta in definiva tutta la profondità e la serietà della nostra breve vita. Una società civile e giusta non è che la condizione perché questo umano lusso sia reso accessibile a ciascuno. Ma come costruirla se si mette l’etica dopo la fede, e quindi a questa liberta di ognuno, per cui l’etica è fatta, si tronca una delle vie possibili, senza la quale anche le altre perdono il loro senso?"


Dopo questa totalità di sapienza, di buon senso, di eloquenza, di citazioni (anch'io avevo pensato a Sartre, ma De Monticelli mi ha preceduta), l'unico dettaglio che, forse, posso aggiungere, è quello riguardante le radici biologico-evolutive dell'etica umana e la presenza negli animali superiori di componenti della moralità umana: tesi già sostenuta a suo tempo da Charles Darwin, che legava la socialità e gli istinti sociali allo sviluppo del senso morale negli animali umani. E questo slega decisamente l'etica (anche se non l'ethos di cui parla De Monticelli) da una considerazione di tipo trascendentale-spirituale.

Il mio intervento darwiniano-etologico chiude questa parentesi, che più che enunciare le mie opinioni (che presumo tuttavia trapelino con insistenza ), vuol forse porre, e porvi, se avete voglia di fermarvici a pensare, la stessa domanda che ha fatto nascere la discussione (di e tra Sofri, Mancuso, De Monticelli): è possibile un'umanesimo ateo?


Augurando a tutti una dolce notte, 
un saluto grande e un abbraccio





Giulia




6 commenti:

  1. I toni apodittici (nel senso di 'dogmatico', non di dimostrativo) dei costruttori di templi ... quelli si che non sono umani. Disgusto chi ha un approccio pragmatico alla vita, disgusto la bisca di Pascal e le sue 'scommesse'. Da ateo, so bene che tutto cio' in cui credo e che sento è uno zero. Ma nel mio sistema di riferimento, quello zero è tutto - e per esperienza so che altri umani sono in questo a me prossimi. Sento la loro presenza: da secoli lontani rieccheggiano i versi dei poeti, gli insegnamenti dei filosofi; nelle tue parole, Giulia, rivedo il Gio di qualche anno fa, e la fatica di essere moderato. Il mio intelletto mi tiene ancorato alla visione ateo dello 'zero', e per questo 'zero' non oserö quindi prevaricare o censurare. Credono di risolvere i paradossi dello 'zero' introducendo questa cangiante, indefinita entità - Dio - ma invero ne aggiungono di molto piu' profondi.
    Ciao!

    RispondiElimina
  2. @Gio: Ciao. I tuoi commenti mi fanno sempre un gran piacere... Dici che ciò in cui credi e che senti è zero, e poi aggiungi che nel tuo sistema di riferimento è tutto: non è meglio affermare che è tutto, sic et simpliciter, anche se solo all'interno del tuo sistema di riferimento? Sarà zero, forse, in relazione ad un qualche sistema di dogmi o di verità assolute.
    Bada bene, Gio... io son tutto meno che moderata. Ma non è questo il luogo, né la circostanza, per essere più radicale. E comunque mi sono limitata a riportare, commentando sporadicamente e in maniera piuttosto esigua, un articolo altrui ;-)
    Spero di leggerti presto dalle mie parti


    un abbraccio


    Giulia

    RispondiElimina
  3. Ho provato un sussulto leggendo questo post quando parli di stupore e di piacere nel confronto con il " diverso".
    La filosofia nasce dalla meraviglia, il rimanere meravigliati nel vedere un oggetto o nel captare un pensiero e rimanerne catturati dal
    " sensazionale", da cui poi il filosofare sulle cose.
    E' proprio dal filosofare che si prova il piacere del confronto.
    Con quanta meraviglia Socrate inizia i suoi dialoghi!!! E, se noti, come mette a suo agio l'interlocutore, lodandolo, apprezzandone le parole.
    Sull'ateismo ho scitto due post, riferendomi ad Habermas, sulle ragioni dei credenti, viste da un laico come me, ma dove pongo il problema che in uno stato laico bigogna farsi carico delle ragioni dei cattolici traducendole in termini laici, perchè è solo così che si può instaurare un dialogo " con le genti" che vivono nelle nostre società.
    Il problema non è Dio, il problema è in chi crede in Dio come unica fonte del bene, ritenendo la Ragione incapace di darsi delle regole.
    L'umanesimo è " ateo in sè", se intendiamo l'uomo al centro delle cose o come direbbe Kant " il cielo stellato sopra di me, la legge morale in me", perchè con L'illuminismo il gesto filosofico diventa gesto etico ( ho sempre inteso l'lluminisno un umanesimo dove l'uomo ha autonomia di giudizio)e non rispettare questa prerogativa della condizione umana significa calpestare diritti dell'umanità.
    A questo punto mi chiedo, cosa serve allora un Dio che ci indichi il bene quando è già la mia ragione ad indicarmelo??
    Ciao e a presto
    Lorenzo

    RispondiElimina
  4. @logos nella nebbia: Ciao. Spero che il sussulto che hai provato sia stato di piacevole sorpresa, o comunque che tu non abbia equivocato il mio riferimento al "diverso", che intendevo nel senso di "chi ha opinioni diverse o divergenti dalle proprie".
    Per il resto, il tuo commento rispecchia quasi totalmente ciò che anch'io penso. Non parlo e non voglio parlare di una Ragione con la "R" maiuscola, che sembra quasi una sostituta di quel Dio che nego l'esistenza... ma che il problema sia chi crede in Dio come unica fonte di bene, riducendo e semplificando il dibattito su "che cos'è il bene e il male", e la felice intuizione (che la mia mente ancora acerba faticava a elaborare in parole) che l'umanesimo è in sé ateo, o comunque laico, perché pone l'uomo, e NON Dio, al centro della propria considerazione (si pensi alla grande rivoluzione di pensiero del periodo umanista-rinascimentale, in cui l'essere umano balzava al centro dell'universo, e non più la divinità...), su questo ti seguo pienamente....
    Anche se non concordo con la tua questione finale: un Dio non serve a te, che hai trovato nella ragione/nel sentimento/in te la fonte della tua moralità. Come non serve a me, e a molti altri.
    Ma molti altri ancora, invece, hanno bisogno di un punto d'appoggio che indichi loro cos'è bene e male, cosa si deve fare e cosa no. Ritengo che Dio possa essere un punto d'appoggio, per chi vi crede.

    Sempre che alla base di tutto via sia, ovviamente, il reciproco rispetto.

    RispondiElimina
  5. Oviamente per diverso intendevo anche io ciò che è differente dal mio pensiero.
    Confrontarsi con il diverso è una meraviglia
    (positiva).Il sussulto è stato più che una piacevole sorpresa, proprio perchè la pensiamo più o meno allo stesso modo.
    E' vero che molti vedono in dio la sola causa del bene, il loro punto di riferimento. E forse tutti chi più chi meno ne abbaimo bisogno, magari solo nel nostro intimo.
    Quello di cui io non concordo è quando le leggi della chiesa diventano leggi degli uomini, regolatrici di ciò che è bene o di ciò che è male. E' l'uomo stesso che deve darsi queste leggi, altrimenti non si riuscirà mai a rendersi conto di quella "naturaliter maiorennes" che ci contraddistingue.
    Credo che è proprio in questo io e te concordiamo.

    RispondiElimina
  6. @logos nella nebbia: Forse tutti cerchiamo un punto di riferimento che sia trascendente nel senso di fuori di noi... magari solo inizialmente, o inconsciamente, o di primo acchito. Credo dia più sicurezza trovare un universo certo in questo mondo incerto e labile.
    Su quello che dici riguardo alle leggi della Chiesa, che pretendono, in nome di una presunta loro verità che in quanto tale deve essere assoluta, di imporsi come leggi degli uomini, concordo totalmente.
    Penso anch'io che sia l'uomo a doversi dare le leggi del proprio vivere e convivere, per uscire da quello stato di minorità intellettuale in cui ancora, mi sembra, molti persistono.

    Sperando di rileggerti presto


    Giulia

    RispondiElimina

Ogni commento, ogni osservazione, ogni domanda è una traccia di voi che resta nel mio blog e nella mia mente, e per me motivo di gioia e soddisfazione. Per questo e non per altro chiedo la moderazione per tutti i commenti che ricevo, per non perderne nemmeno uno... ^_^

Job Posting

LinkWithin

Related Posts with Thumbnails